Venezia 72: punto di collisione

“Ci muoviamo su un terreno minato. Camminiamo sull’orlo dell’abisso. Dietro ogni angolo è in agguato l’imprevisto, l’inimmaginabile. Il futuro vive solo nella nostra fantasia. Non possiamo dare niente per certo: né fra un giorno, né fra un’ora, e nemmeno fra un minuto. Potrebbe finire tutto di colpo, nel modo che meno ci aspetteremmo”. Con queste parole quella vecchia volpe di Jerzy Skolimowski ha descritto il suo esplosivo 11 Minutes, uno straordinario film strutturato a mosaico che riflette in maniera lucidissima sulla frammentarietà dei nostri tempi: un marito geloso che perde la testa, l’attrice sexy che l’ha sposato, un viscido regista di Hollywood, un incauto corriere della droga, una giovane donna disorientata, un ex galeotto venditore di hot dog, uno studente travagliato con una missione misteriosa, un lavavetri di grattacieli che si prende una pausa di troppo, un ex disegnatore di identikit per la polizia, una frenetica squadra di paramedici e un gruppo di suore affamate compongono quella che di fatto è una sezione trasversale di contemporanei abitanti delle metropoli le cui vite e amori si intrecciano e si scontrano in traiettorie dal destino già scritto. 

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Non è certo la prima volta, e non sarà sicuramente l’ultima, che qualcuno sceglie la via della struttura ad incastro, della moltiplicazione dei punti di vista e dei dispositivi di riproduzione della realtà per restituire a livello cinematografico la complessità e la mancanza di unitarietà del mondo di oggi. Il modo con cui Skolimowski racconta la sua idea di civiltà contemporanea riesce però a stimolare una serie infinita di riflessioni, già a partire dalla simbologia contenuta nel titolo, che oltre ad indicare la durata complessiva del racconto ed il numero dei personaggi, assume una valenza simbolica che funziona su più fronti, dando da un punto di vista grafico l’idea di due linee parallele rappresentanti le traiettorie emotive di persone che cercano ossessivamente di creare un rapporto con il prossimo senza riuscirci, ma anche rievocando l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, evento che sembrerebbe essere identificato dal regista polacco come la causa scatenante del caos in cui siamo oggi costretti a vivere.

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Sebbene Skolimowski non calchi troppo la mano nell’utilizzo di dispositivi tecnologici, l’ossessione per l’immagine che traspare da ogni fotogramma restituisce perfettamente lo “spacchettamento” della realtà che contraddistingue il mondo in cui i personaggi si muovono e lascia inoltre trasparire l’impossibilità di poter rendere lineare ed uniforme il racconto di un evento quotidiano. L’inesistenza di una dimensione temporale che riesca a dare un senso a più realtà che scorrono parallelamente in maniera autonoma, accostate all’utopica presunzione dell’uomo di possedere, grazie alla moltiplicazione degli strumenti di riproduzione della realtà, il controllo totale su tutto ciò che accade, portano chi prova a mettere ordine ad un’unica soluzione possibile: la convergenza di tutte le traiettorie in un unico punto che, secondo Skolimowski, non è la soluzione che porta allo scioglimento di tutti i dubbi, ma un punto di collisione che pone fine ad ogni cosa.

Venezia 72: anomalie sentimentali in stop motion

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