{"id":18791,"date":"2020-04-18T17:26:11","date_gmt":"2020-04-18T15:26:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/?p=18791"},"modified":"2021-04-26T12:40:54","modified_gmt":"2021-04-26T10:40:54","slug":"alabarde-spaziali-storie-di-fantascienza-a-est-10","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/alabarde-spaziali-storie-di-fantascienza-a-est-10\/","title":{"rendered":"Alabarde spaziali \u2013 storie di fantascienza a est #10"},"content":{"rendered":"<h3>&#8220;L&#8217;ultima stanza del mondo &#8211; Seconda parte&#8221; di Alex Tonelli<\/h3>\n<p>L\u2019aria \u00e8 gelida, stranamente densa. Il freddo arriva dritto alle ossa, schiacciandole. Le mani si fanno di pietra e le dita perdono la sensibilit\u00e0, tanto che gli oggetti si trasformano in forme dipinte, senza spessore. Gli occhi lacrimano e piccole perle salate attraversano i volti, rigandoli in sentieri neri e tortuosi. Irriconosciuti marchi di guerra prima di una battaglia perduta.<br \/>\nMa l\u2019aria \u00e8 densa. Spessa. Consistente come in un pomeriggio afoso. Solida come un brodo, pullulante di vita.<br \/>\nFaticosamente gli arti, stanchi e disillusi, si muovono in essa. Si spostano. Si agitano. C\u2019\u00e8 una antica fatica nelle membra delle figure sedute sulle poltrone. Un\u2019indolenza che le lascia giacere. Immobili e in eterna attesa.<br \/>\nMa nell\u2019aria c\u2019\u00e8 forse qualcosa. Che vive. Prolifera. Si moltiplica. E uccide.<br \/>\nInvisibile nelle sue forme infinitesimali ma cos\u00ec numeroso da essere quasi solido. Denso nell\u2019aria. Non ha un nome. Nessuno ne ha mai dato un nome. Se non il semplice. Tautologico. La Malattia.<br \/>\nE la Malattia \u00e8 nell\u2019aria. E nei polmoni. E nel sangue. E sulla pelle. Nelle quattro figure che siedono. E aspettano. Forse solo la fine.<br \/>\n&#8211; Non penso alla morte. Ma a volte ho l\u2019impressione che la morte pensi a me.<br \/>\nNel buio e nell\u2019alone luminoso della lampadina le parole si muovono lente. Sembra che a fatica attraversino lo spazio che resta stranamente compatto. Lunghi secondi per giungere alle altre figure. Per essere comprese. Pensate e risposte.<br \/>\n&#8211; Ha ben altro da fare la morte per pensare a te.<br \/>\n&#8211; O a noi.<br \/>\n&#8211; E cosa avrebbe di tanto importante da fare?<br \/>\nSi ripete il gioco. Il bizzarro meccanismo. Affermazioni e domande. Cinismo crescente. Opprimente. Annichilente.<br \/>\n&#8211; Se ne star\u00e0 in una limousine a bere champagne con la sua diletta.<br \/>\n&#8211; Vuoi dire?<br \/>\n&#8211; Si. Quella.<br \/>\n&#8211; La Malattia.<br \/>\nIl nome che non \u00e8 un nome. Il nome che \u00e8 la descrizione. Il nome che racchiude in s\u00e9 tutti gli altri nomi. Il nome che \u00e8 l\u2019universale.<br \/>\nIl nome della paura. E della morte.<br \/>\n&#8211; Hai ancora le macchie?<br \/>\n&#8211; Si.<br \/>\n&#8211; Dove?<br \/>\n&#8211; Non lo so, non le vedo.<br \/>\n&#8211; Senti dolore?<br \/>\n&#8211; No. Non sento male. Ma le sento.<br \/>\n&#8211; Che intendi?<br \/>\n&#8211; Le sento sulla pelle, passandoci la mano. Sono quasi setose, molli, rotonde. Le sento in rilievo. Calde. Mi sembrano pulsare.<br \/>\n&#8211; Come se fossero vive.<br \/>\nUn colpo di tosse. Rauco. Lungo.<br \/>\n&#8211; Sono vive.<br \/>\n&#8211; Sono solo macchie.<br \/>\n&#8211; No! Non sono solo macchie. E\u2019 la Malattia.<br \/>\n&#8211; Tutti l\u2019abbiamo.<br \/>\n&#8211; Si.<br \/>\n&#8211; E siamo qui dentro per questa ragione. Perch\u00e9 siamo malati?<br \/>\n&#8211; Rinchiusi.<br \/>\nNessuno parla pi\u00f9. L\u2019ultima parola aleggia nell\u2019aria. Ristagna. Danza nel vuoto colloso, melliflua. Sembra non voler andarsene e restare. Mormorando se stessa infinite volte.<br \/>\n&#8211; Rinchiusi.<br \/>\n&#8211; Da dove arriva?<br \/>\n&#8211; Cosa? La Malattia?<br \/>\n&#8211; Dov\u2019\u00e8?<br \/>\n&#8211; Quando? Ora?<br \/>\n&#8211; Tutti abbiamo le macchie?<br \/>\n&#8211; Si. Sulle mani.<br \/>\n&#8211; Si. Sul viso.<br \/>\n&#8211; Si. Sul torace.<br \/>\n&#8211; Si. Sulle gambe.<br \/>\nVi \u00e8 una crudele piet\u00e0 nel buio che serpeggia nella stanza. Un\u2019oscurit\u00e0 che \u00e8 una maschera. In cui nascondersi. Rifugiarsi. Celare agli occhi del mondo lo scempio. E il dolore. Delle macchie. Nere.<br \/>\n&#8211; Guariremo?<br \/>\n&#8211; Gli altri sono guariti?<br \/>\n&#8211; Chi sono gli altri?<br \/>\n&#8211; Che vuoi dire?<br \/>\n&#8211; C\u2019\u00e8 stato qualcun altro oltre noi?<br \/>\n&#8211; Nella stanza?<br \/>\n&#8211; Nel mondo?<br \/>\n&#8211; Altri sono stati malati?<br \/>\n&#8211; Altri?<br \/>\n&#8211; No. Nessuno \u00e8 guarito. Credo.<br \/>\n&#8211; Lo credo o lo sai.<br \/>\n&#8211; Lo credo.<br \/>\n&#8211; Quindi c\u2019\u00e8 speranza.<br \/>\n&#8211; Si. Qui dentro si.<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 qui dentro.<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 finch\u00e8 la porta non sar\u00e0 aperta noi saremo vivi e morti. Contemporaneamente.<br \/>\n&#8211; Quale porta?<br \/>\n&#8211; Quella!<br \/>\n&#8211; Non c\u2019\u00e8 nessuna porta!<br \/>\n&#8211; Non abbiamo gi\u00e0 fatto questo discorso?<br \/>\n&#8211; Ieri.<br \/>\n&#8211; O era un mese fa?<br \/>\n&#8211; Non era pochi minuti fa?<br \/>\nIl tempo si dilata e si deforma e ogni cosa acquista un senso nuovo. Relativo. Solo nel singolo uomo vi \u00e8 la ragione di un\u2019esistenza in s\u00e9 assurda. Semplicemente insensata.<br \/>\n&#8211; Loro ci salveranno.<br \/>\n&#8211; Loro\u2026<br \/>\n&#8211; Le ombre nel buio?<br \/>\n&#8211; Loro?! Loro non sanno neppure se siamo vivi o morti.<br \/>\n&#8211; Loro sanno tutto!<br \/>\n&#8211; Loro sanno solo che in questo momento, dentro questa stanza noi siamo al tempo stesso vivi e morti. E finch\u00e9 non apriranno la porta che non esiste noi resteremo in questo stato sospeso. Duplice. Eternamente vivi. Eternamente morti.<br \/>\n&#8211; Mi ricorda una vecchia favola.<br \/>\n&#8211; Si. Anche a me.<br \/>\n&#8211; L\u2019ascoltavo da bambina.<br \/>\n&#8211; Raccontamela ti prego.<br \/>\n&#8211; Non la ricordo bene.<br \/>\n&#8211; Raccontagliela.<br \/>\n&#8211; Parlava di una scatola.<br \/>\n&#8211; O una gabbia?<br \/>\n&#8211; E di un veleno.<br \/>\n&#8211; Non era un atomo?<br \/>\n&#8211; Di uno scienziato<br \/>\n&#8211; Ma non era un filosofo?<br \/>\n&#8211; Ricordo che per\u00f2 parlava soprattutto di qualcos\u2019altro.<br \/>\n&#8211; Di un gatto.<br \/>\n&#8211; Si, di un gatto.<br \/>\n&#8211; Che viveva.<br \/>\n&#8211; O che moriva?<br \/>\n&#8211; O forse entrambi?<\/p>\n<p>Un ronzio. Appare e scompare nell\u2019aria fredda della sera. Di un\u2019identica sera. Sale e scende, s\u2019allontana e s\u2019avvicina, sino ad infastidire, urtare. Sino ad insinuarsi, malizioso, negli incavi delle orecchie. Violandoli. Brusio solleticante.<br \/>\n\u00c8 trattenuto a fatica un gesto brusco, uno scatto convulso. Per scacciarlo. E le quattro figure se ne stanno sedute ad ascoltare. Ed osservare.<br \/>\nLa piccola mosca ondeggia in spire ripetute, in spirali via via pi\u00f9 strette, verso la lampadina che pende desolata dal soffitto. Nuota nell\u2019alone di luce che debole si estende nello spazio oscurato della stanza, in una danza rituale verso la fonte, verso l\u2019abbagliante chiarore che acceca. Verso il calore mortale della lampadina incandescente.<br \/>\nUn ronzio. Ogni suo movimento, ogni suo lento incedere \u00e8 accompagnato da un frusciare, improvviso, senza ordine, come guidato da una casualit\u00e0 a cui essa stessa non riesce a dare una spiegazione.<br \/>\nLa mosca vola, a tratti s\u2019ode il brusio delle sue ali e incantate le figure sedute sulle poltrone spaiate restano immobili. Il capo volto verso la luce come in attesa di qualcosa che non pare giungere mai.<br \/>\n&#8211; Una mosca.<br \/>\n&#8211; Da dove \u00e8 sbucata?<br \/>\n&#8211; Dalla finestra.<br \/>\n&#8211; Dal mondo l\u00e0 fuori?<br \/>\n&#8211; Ma allora esiste un mondo l\u00e0 fuori?<br \/>\n&#8211; O forse esiste solo questa mosca.<br \/>\n&#8211; Ultima testimone di un mondo l\u00e0 fuori scomparso?<br \/>\n&#8211; O forse mai esistito.<br \/>\nLe quattro voci si rimbalzano, l\u2019una sembra sbattere contro la precedente e finire cruenta contro la successiva. Non sembra esserci comunicazione. Monologhi alternati, scansati, l\u2019un con l\u2019altro.<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 \u00e8 finita in questa stanza?<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 esiste solo questa stanza.<br \/>\n&#8211; No. \u00c8 una Loro messaggera. Ha un messaggio per noi.<br \/>\n&#8211; E che ci vuole comunicare?<br \/>\n&#8211; E come? Tu capisci il suo orrendo ronzio?<br \/>\n&#8211; Ma non lo sentite? Ascoltate? E\u2019 chiaro!<br \/>\n&#8211; Cosa? Diamine cosa!<br \/>\nIl tono della donna si fa aspro. Sembra stanca di questa costante incapacit\u00e0 di comprendere le altre parole. Di dar senso a ci\u00f2 che ogni giorno ascolta. Neppure il suono fastidioso della mosca che si fa progressivamente pi\u00f9 intenso. Violento.<br \/>\n&#8211; Ascoltate come si ripete. E\u2019 un codice.<br \/>\n&#8211; Un codice?<br \/>\n&#8211; Ha ragione. Anche io lo sento.<br \/>\n&#8211; Io non sento nulla!<br \/>\nDelusione. La voce della donna si affievolisce, sino quasi a spegnersi nello sconforto del non sentire. Del non comprendere. Tristezza nel vedere la ragazza sperare. Nel sognare le folli illusioni dell\u2019uomo con la sigaretta. E il vecchio tace. Indifferente.<br \/>\n&#8211; Ascolta.<br \/>\n&#8211; Il ritmo. Si, lo sento. Ma sei sicura di non sentirlo anche tu?<br \/>\n&#8211; Acceso. Spento. Ronzio. Silenzio.<br \/>\n&#8211; Un codice. Semplice.<br \/>\n&#8211; Binario.<br \/>\n&#8211; E che cosa dice questo diavolo di codice? Che ti dice di tanto importante il brusio della mosca?<br \/>\n&#8211; Non lo. Ancora non lo so.<br \/>\n&#8211; Dobbiamo interpretarlo.<br \/>\n&#8211; Smettila tu di dire fesserie.<br \/>\n&#8211; Lasciala parlare!<br \/>\n&#8211; Ora sei tu a difenderla?<br \/>\n&#8211; Hanno ragione. Ci sta dicendo qualcosa.<br \/>\nIl vecchio. La sua voce stanca risuona nella stanza come un liquido denso, caldo che si espande, occupando gli spazi, e possedendo gli oggetti.<br \/>\nL\u2019autorit\u00e0 \u00e8 nel timbro, nella sicurezza con cui i suoni escono dalla sua bocca grinzosa.<br \/>\n&#8211; Anche tu lo senti?<br \/>\n&#8211; Si.<br \/>\n&#8211; Capisci cosa ci sta dicendo?<br \/>\n&#8211; Sono Loro, vero? Ci stanno comunicando che stanno arrivando?<br \/>\n&#8211; Siamo salvi?!<br \/>\n&#8211; No. Non sono Loro.<br \/>\n&#8211; Ma\u2026?<br \/>\n&#8211; Allora noi\u2026<br \/>\n&#8211; Che cazzo ci sta dicendo?<br \/>\nE\u2019 la prima volta. La donna si scrolla di dosso la sensazione opprimente della saggezza, dell\u2019autorevolezza del vecchio e reagisce. Si oppone. Si ribella ad un gioco delle parti in cui ogni ruolo \u00e8 gi\u00e0 deciso. E con il ruolo le parole, i gesti, i comportamenti. Lei si ribella al suo essere un figura di una trama gi\u00e0 scritta. Come un personaggio che sul palco si oppone, rifiuta le battute e decide di essere vivo. Scomparendo oltre il sipario. Libero dal destino impostogli dal drammaturgo. Urlando contro di esso tutto il suo odio per la condanna ad una vita ripetuta, eternamente identica a se stessa, nelle colpe e negli errori. Grida l\u2019illusione di poter non sbagliare e di non poter agire diversamente. Di non poter imparare.<br \/>\nE di non poter trovare il perdono per i gesti passati.<br \/>\n&#8211; Te lo ripeto. Che cazzo stai dicendo?<br \/>\nIl vecchio tace a lungo. Ha sentito nella voce della donna la ribellione. La punta di una lancia invisibile diretta non solo contro di lui ma contro tutto il resto: gli altri seduti alle poltrone, la stanza, il buio e forse anche qualcosa d\u2019altro. Di indefinito. D\u2019oltre.<br \/>\n&#8211; La mosca ci sta dicendo qualcosa.<br \/>\n&#8211; E cosa?<br \/>\n&#8211; Non ascoltarla. Ma guardala.<br \/>\n&#8211; La vedo. Vola intorno alla lampadina.<br \/>\n&#8211; Esatto. Osservala attentamente. Guarda come si avvicina lentamente. Gira intorno alla luce. E ogni cerchio \u00e8 sempre pi\u00f9 prossimo alla lampadina. Inesorabilmente.<br \/>\n&#8211; Si.<br \/>\n&#8211; Dove vuole arrivare la mosca?<br \/>\n&#8211; A me lo chiedi?<br \/>\n&#8211; A te. A voi.<br \/>\n&#8211; Alla luce.<br \/>\n&#8211; Alla lampadina.<br \/>\n&#8211; E ci arriver\u00e0?<br \/>\n&#8211; Smettila con queste domande del cazzo! Dicci che cosa ti sta dicendo quella fottuta mosca!<br \/>\nLa ribellione della donna \u00e8 nelle parole. Nell\u2019uso violento dei termini. Falsa impressione di forza per mascherare debolezza. E paura. Infinita paura.<br \/>\n&#8211; Come vuoi. Guarda tu stessa.<br \/>\nIl vecchio alza il braccio sinistro, un gesto lento, svogliato. Come se non volesse pi\u00f9 giocare un gioco in cui le regole e i ruoli sono scomparsi. Persi nella rivolta.<br \/>\nLa donna osserva. L\u2019uomo che fuma osserva e cos\u00ec la fanciulla. Osservano la mosca.<br \/>\nI cerchi si fanno sempre pi\u00f9 stretti. I ronzi pi\u00f9 insistenti. Pi\u00f9 frenetici. Vi \u00e8 ansia in quel suono fastidioso? Speranza?<br \/>\nLa mosca \u00e8 a ridosso della luce. Sembra sfiorare la superficie trasparente e luminosa della lampadina.<br \/>\nLa superficie incandescente della lampadina.<br \/>\nE\u2019 un attimo. Il cerchio si \u00e8 fatto troppo stretto, troppo chiuso e la mosca si appoggia sul vetro della lampadina. E\u2019 arrivata? E\u2019 cos\u00ec giunta alla luce? Alla verit\u00e0? Alla salvezza finale?<br \/>\nCi resta appoggiata un attimo.<br \/>\nNel bagliore accecante gli occhi delle quattro figure sedute non riescono a scorgere la mosca. Ma sanno che \u00e8 nella luce. Lo sanno perch\u00e9 non sentono pi\u00f9 il ronzio fastidioso. N\u00e9 scorgono pi\u00f9 il momento circolare. E poi succede.<br \/>\nUn ultimo ronzio. Pi\u00f9 alto. Pi\u00f9 acuto. Ma con un tono diverso. Non aggressivo. Triste. O forse disperato.<br \/>\nE la mosca cade. A terra. Attraversa l\u2019alone d luce e scompare nel buio. Persa chiss\u00e0 dove sul pavimento incrostato e sporco di mille passi perduti. Un brusio sembra accompagnare la sua caduta ma \u00e8 solo impressione. O un ricordo.<br \/>\nE il silenzio torna.<br \/>\nE la luce resta appesa. L\u00e0 in alto. Lontana.<br \/>\nMortale.<br \/>\n&#8211; Ecco cosa aveva da dirci la mosca.<br \/>\nNessuno replica al vecchio. Fallite le rivolte. Fallita la ribellione dei personaggi condannati a scelte non proprie. E tutto resta identico. L\u2019autorevolezza. La sottomissione.<br \/>\nI ruoli restano gli stessi. Ora. Prima e dopo. Conformemente ripetuti.<br \/>\nSemplicemente eterni.<br \/>\nMortali.<\/p>\n<p>Il tavolo. Tre bicchieri appoggiati. Una sigaretta e un rivolo di fumo che sale lento verso l\u2019alto. Annebbiato l\u2019alone di luce di una semplice lampadina pende dal soffitto macchiato e grigio. Uno strano odore nell\u2019aria invernale. Tabacco mischiato al profumo di un liquore cattivo e sudore. Odore di esseri umani: secrezioni inconfessate, purulente emanazioni, fecali scorie. Ed altro. Un fragranza segreta. Che fa paura. Un sapore dolciastro, caramelloso, malignamente invitante. L\u2019aroma della morte. Della sua ancella. Della Malattia. Ristagna tutt\u2019intorno e impudico si mostra. E\u2019 un amalgama indistinto che permea le quattro figure silenziose scomposte sulle poltrone spaiate. I volti oscurati dal buio perenne di una stanza mal illuminata. Tacciono e osservano il tempo scorrere pesantemente in avanti, maledettamente uguale a se stesso. Ad ogni respiro torna l\u2019identico momento che si ripete, e l\u2019odore. E la Malattia.<br \/>\n&#8211; Non sentite anche voi qualcosa?<br \/>\n&#8211; No. Non mi sembra.<br \/>\n&#8211; Tacete un momento. Ecco! Sentite?<br \/>\n&#8211; Forse\u2026<br \/>\n&#8211; Sembrerebbe\u2026<br \/>\nUna voce. Nella stanza improvvisa giunge una voce. Una nuova voce. Metallica. Impossibile distinguerne il timbro, il tono. E\u2019 di donna? Di uomo? Sembrerebbe di entrambi. O di nessuno dei due. Come provenisse da un essere ancora indifferenziato. Antico. Androgina \u00e8 la voce che \u00e8 apparsa nella stanza. Antecedente ad ogni definizione di genere. Maschile e femminile al tempo stesso.<br \/>\n&#8211; Una voce.<br \/>\n&#8211; Viene di l\u00e0!<br \/>\n&#8211; No. A me sembra pi\u00f9 dall\u2019altra parte.<br \/>\n&#8211; Maledetto buio!<br \/>\n&#8211; Accendete le altri luci!!!<br \/>\n&#8211; Loro non ti ascolteranno mai.<br \/>\n&#8211; Che si fottano i tuoi Loro!<br \/>\n&#8211; Chi \u00e8 l\u00e0? Fatti vedere! Vieni fuori!<br \/>\n&#8211; Non c\u2019\u00e8 nessuno l\u00e0 in fondo.<br \/>\n&#8211; E la voce?<br \/>\n&#8211; Zitti! Fatemi sentire!<br \/>\nPer una manciata di minuti le quattro figure languidamente stese sulle poltrone se ne stanno in silenzio cercando di catturare il mormorio che viene dal buio. E le parole. Confuse.<br \/>\n&#8211; E\u2019 una radio.<br \/>\n&#8211; Si. Sembrerebbe una radio.<br \/>\n&#8211; Chi l\u2019ha messa l\u00ec?<br \/>\n&#8211; Chi l\u2019ha accesa?<br \/>\n&#8211; Per quale motivo?<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 ora?<br \/>\nLa voce metallica e androgina continua a parlare ma le sue parole non si distinguono. Come un odore si fondono e si perdono nelle altre parole strillate dalle quattro figure sedute sulle poltrone. In un impasto sfocato. Denso.<br \/>\n&#8211; Fate silenzio! Non volete sentire cosa dice?<br \/>\n&#8211; Non dice nulla.<br \/>\n&#8211; Frasi gettate a caso qua e l\u00e0.<br \/>\n&#8211; Lasciala parlare. Che importa?<br \/>\n&#8211; Ha ragione lui. Non facciamoci caso.<br \/>\n&#8211; Ma potrebbe dirci qualcosa del mondo di fuori. Degli altri.<br \/>\n&#8211; Non esistono gli altri!<br \/>\n&#8211; Che vuoi che ci interessi degli altri. Ci siamo solo noi ora.<br \/>\n&#8211; E Loro.<br \/>\nNon si agitano le figure sulle poltrone. Indifferenti alla voce androgina e metallica. Come se non avesse nulla da dire. Come se fosse poca cosa. Inutile.<br \/>\nSolo la donna sembra curiosa. Tende il corpo, quasi a catturare le parole, una ad una per dar loro senso. Per comprendere il significato e dare una ragione.<br \/>\nPersino il vecchio sembra non voler ascoltare la voce improvvisa della radio. Che gi\u00e0 ne conosca il contenuto?<br \/>\n&#8211; Fatemi sentire, vi prego.<br \/>\n&#8211; Ma cosa vuoi che dica?<br \/>\n&#8211; Sono solo parole.<br \/>\n&#8211; Hanno ragione. Non ascoltare. Non prestar attenzione a quelle frasi. Tra poco finiranno.<br \/>\n&#8211; No! Io voglio sapere. Voglio ascoltare.<br \/>\n&#8211; Non c\u2019\u00e8 nulla da sapere.<br \/>\n&#8211; Si \u00e8 quasi gi\u00e0 spenta.<br \/>\n&#8211; Manca poco.<br \/>\n&#8211; Vi prego. Tacete. Fatemi ascoltare.<br \/>\n&#8211; Bla. Bla. Bla. Bla.<br \/>\n&#8211; No. Noi non vogliamo sentire quelle parole. Quindi non le ascolterai neppure tu.<br \/>\n&#8211; Non essere curiosa. Ti prego non esserlo.<br \/>\nE la voce della radio si affievolisce. Lentamente. E si spegne. Cos\u00ec come \u00e8 comparsa svanisce. Nel nero di un angolo imprecisato della stanza buia. Muore il suono metallico e androgino. E il silenzio risorge. Protettivo. Opprimente.<br \/>\n&#8211; Si \u00e8 spenta.<br \/>\n&#8211; Bastardi! Bastardi!<br \/>\n&#8211; Torna a dormire. L\u2019hai sognata.<br \/>\n&#8211; No. Non l\u2019ha sognata. Era l\u00ec. Ma non era per noi.<br \/>\nSono sempre le parole del vecchio a porre il velo della fine. Conosce forse il momento in cui si giunge alla soglia dell\u2019oltre. E serve cos\u00ec tacere. Fedele al suo ruolo. Ubbidiente alla trama.<br \/>\n&#8211; Bastardi!<br \/>\nLa donna, le mani tra i capelli, il viso rigato da lacrime salate di frustrazione. Di disperazione. Di insensatezza. Mugugna insulti che non sono rivolti a nessuno. O contro se stessa. Fiele tra le labbra, nella bocca e nel naso l\u2019odore, l\u2019aroma indefinito di sudore, tabacco, liquore. E morte. Singhiozzi di un pianto per cui non vi sono lacrime.<br \/>\n&#8211; Bastardi!<br \/>\nL\u2019identico momento. Nell\u2019angolo la radio continua incessante a ripetere le stesse parole, ciclica ripetizione di poche frasi troppo debolmente sussurrate per essere ascoltate. Esaurita \u00e8 la batteria che alimenta i circuiti ossidati, inutili i suoi rantoli finali, i vani tentativi di urlare le sua fine e con essa di trasmettere il messaggio, dando senso alla sua stessa esistenza. Non condannandola al fallimento. Ma nessuno ode le parole. Che nel freddo buio si perdono e avvizziscono. Fallimento.<br \/>\n&#8211; Trasmettiamo da\u2026<br \/>\n&#8211; Qui Radio Libera Albemuth\u2026<br \/>\n&#8211; La Malattia \u00e8 ovunque.<br \/>\n&#8211; Questo \u00e8 un messaggio registrato, il giorno\u2026<br \/>\n&#8211; In automatico \u00e8 ripetuto\u2026<br \/>\n&#8211; Identico\u2026<br \/>\n&#8211; Pochi sopravvissuti\u2026<br \/>\n&#8211; Macchie nere ovunque\u2026<br \/>\n&#8211; Morti. Morti. Morti.<br \/>\n&#8211; Secondo le stime\u2026<br \/>\n&#8211; Sull\u2019isola di\u2026<br \/>\n&#8211; In una stanza\u2026<br \/>\n&#8211; Resteranno\u2026<br \/>\n&#8211; Gli ultimi\u2026<br \/>\n&#8211; Quattro\u2026<br \/>\n&#8211; Supersiti\u2026<br \/>\n&#8211; Razza umana\u2026<br \/>\n&#8211; Soli e\u2026<br \/>\n&#8211; Condannati\u2026<br \/>\n&#8211; Condannati.<\/p>\n<p>La stanza \u00e8 flebilmente illuminata, una lampadina pende dal soffitto scrostato tingendo di luce un poco dello spazio intorno. Un leggero bagliore che non rischiara gli oggetti, perpetuamente ammantati dal velo nero di un buio testardo, pi\u00f9 forte di ogni luminosa ribellione.<br \/>\nUn piccolo tavolo quadrato se ne sta al centro della stanza, la superficie lucida sembra riflettere il tenue chiarore della lampadina, ma forse \u00e8 solo un\u2019impressione. Tre bicchieri vuoti sono l\u00ec poggiati e a un lato un posacenere, traboccante sigarette spente e fredde. Ormai fumate.<br \/>\nL\u2019aria intorno \u00e8 calda, un tepore sonnolento, avvolgente. Il caldo di una primavera che lentamente si sta trasformando in un\u2019estate afosa, appiccicosa, sudaticcia. Nessun odore di fiori o di piante germogliate, ma solo il puzzo di vecchio, di stantio. E di altro. Dolciastro. Zuccheroso. Vago.<br \/>\nIntorno al tavolo quattro poltrone, scompaginate, sporche.<br \/>\nVuote.<br \/>\nC\u2019\u00e8 silenzio nella stanza. Un silenzio languido, che pare distendersi sugli oggetti, inghiottendoli, avvolgendoli in una bolla priva di suoni. Ogni cosa resta immobile. Cristallizzata in un momento, statico. Eterno.<br \/>\nNessun movimento, neppure un rivolo di vento agita la polvere depositata sul pavimento sporco e macchiato. Nessuna impronta, nessuna traccia di vite antiche. Resta solo la stanza, il tavolo e le poltrone. E forse un ricordo.<br \/>\nUn accendino pende dal bordo di un bracciolo della poltrona di pelle. Sfregiata, tagliata, come punita, massacrata per una crimine mai commesso. L\u2019accendino se ne sta cos\u00ec, in un equilibrio instabile, messo l\u00ec apposta. In piedi. In attesa di un alito di vento che lo smuova. E a terra lo faccia cadere. Ma nessuna brezza. Nessun movimento.<br \/>\nE rimane l\u00ec, immobile, solitario. Ad aspettare ci\u00f2 che mai giunger\u00e0. Inutilmente.<br \/>\nE il silenzio continua a regnare nella stanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">(Questo racconto \u00e8 stato scritto ascoltando l\u2019album \u201cBlack Rain\u201d di Ozzy Osbourne\u201d)<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Racconto pubblicato nell&#8217;antologia &#8220;Frammenti di una rosa quantica&#8221; &#8211; Kipple Officina Libraria, 2008.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B.jpg\" alt=\"\" width=\"800\" height=\"450\" class=\"alignnone size-full wp-image-25251\" srcset=\"https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B.jpg 800w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-300x169.jpg 300w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-768x432.jpg 768w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-192x108.jpg 192w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-384x216.jpg 384w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-364x205.jpg 364w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-728x409.jpg 728w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-561x316.jpg 561w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-265x149.jpg 265w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-531x299.jpg 531w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-608x342.jpg 608w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-758x426.jpg 758w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-85x48.jpg 85w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-171x96.jpg 171w, https:\/\/sfft.noiza-assets.eu\/sfft\/2020\/04\/Alabarde-Spaziali-10-Tonelli-B-600x338.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n<p><strong>Alex Tonelli<\/strong> \u00e8 nato in riva all\u2019Adda nel 1977 e si \u00e8 laureato in Filosofia a Milano con una tesi contro il libero arbitrio. Connettivista da sempre, ha curato la rubrica Ermetica Ermenuetica sul bollettino del Movimento NeXT e la raccolta di poeti connettivisti \u201cConcetti Spaziali, Oltre\u201d (Kipple Officina Libraria). \u00c8 presente nelle antologie \u201cFrammenti di una Rosa Quantica\u201d (Kipple Officina Libraria), \u201cNuove Eterotopie\u201d (Delos Libri) e \u201cLa prima frontiera\u201d (Kipple Officina Libraria) e dal 2015 \u00e8 il curatore della collana di poesia VersiGuasti per la Kipple Officina Libraria. Ha pubblicato una silloge di poesie dal titolo \u201cOltremuro\u201d (Kipple Officina Libraria). Attualmente vive a Trieste.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><b>L&#8217;ultima stanza del mondo &#8211; Seconda parte<\/b> di Alex Tonelli <a class=\"g1-link g1-link-more\" href=\"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/alabarde-spaziali-storie-di-fantascienza-a-est-10\/\">More<\/a><\/p>","protected":false},"author":1,"featured_media":25253,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"cybocfi_hide_featured_image":"","footnotes":""},"categories":[68,67,69],"tags":[],"class_list":["post-18791","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-alabarde-spaziali","category-tsff-2020","category-tsff-extras"],"acf":[],"wps_subtitle":"\"L'ultima stanza del mondo - Seconda parte\" di Alex Tonelli","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18791","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=18791"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18791\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/25253"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=18791"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=18791"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sciencefictionfestival.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=18791"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}