Alabarde spaziali – storie di fantascienza a est #8

“Il Muro, una storia di viaggi” di Gianfranco Sherwood

“Il Muro, una storia di viaggi” di Gianfranco Sherwood

Il vecchio trovò Traxhil sulla sponda del ruscello, intento a lavarsi il corpo massiccio.
«È tutto sangue vahazal?» chiese al ragazzo.
«Di quei ladri di polli? Sì» rise Traxhil.
«Dici così, ma prima che vi addestrassi alle armi…»
Dal villaggio giunsero urla: i contadini avevano finito di ammucchiare sulle pire i corpi dei predoni e ora toccava alle donne mutilare i prigionieri.
«Torneranno?» fece Traxhil.
«Come il sole cala dietro il Muro. A nessuno è dato mutare destino» disse il vecchio fissando la linea nera che chiudeva l’orizzonte. «Tienilo a mente: a nessuno, mai».

Era tempo di raccolto quando venne il reclutatore imperiale. A nord incombevano i barbari e l’esercito aveva fame di braccia, ma la nomea bellicosa del villaggio sconsigliava arruolamenti forzati. L’ufficiale cavalcava dunque tra gli uomini intenti a mietere il grano e, quando vedeva un giovane dal fisico adatto, lo invitava a marciare sotto le insegne del drago. Ma lo scrivano al suo seguito aveva annotato solo un paio di nomi, figli di famiglie con troppe bocche da sfamare.
Poi l’ufficiale notò la possanza di Traxhil.
«Tu. Che vuoi farne dei tuoi anni migliori? Restare con i piedi nel letame o vivere la gloria?»
Traxhil si deterse il sudore con l’avambraccio. «Né l’uno né l’altro, signore. Diventerò ricco».
L’ufficiale si accigliò. «Chi prende la via del brigante ottiene solo il patibolo».
«Non pensavo a quello».
«Ah! Un altro sciocco che s’illude di trovare il tesoro nel Muro. Rimpiangerai di non esserti arruolato».
Traxhil raccolse il falcetto e non gli badò più.
Procedeva sicuro, i mannelli alle sue spalle ben legati e accatastati. Ma lo sguardo tornava su ciò che gli occupava la mente: l’infinita linea del Muro.

Una sera di primavera Traxhil mise in una sacca pochi averi. Suo padre gli diede un cavallo e delle provviste, la sua parte d’eredità, disse. Sua madre lo salutò a ciglio asciutto. Tutti sapevano che non si sarebbero rivisti.
Ai bordi del villaggio sostava il vecchio. Traxhil tirò le redini. “Che vuoi?” chiese.
«Ho qualcosa da darti»
Il ragazzo svolse il fagotto. Conteneva una spada d’acciaio, una cotta di metallo e cuoio, un arco di frassino.
«Perché non mi dici anche ciò che sai?» chiese.
«Del tesoro? Ne so quanto te».
«Menti. Ma io l’avrò. A qualunque costo».
“Sì, ora dici così. Ma sai che ti aspetta?»
Traxhil sogghignò, spronando il cavallo, la mente già volta alla strada per il Muro. Ma quando il villaggio fu solo un’ombra confusa nel crepuscolo, si voltò d’istinto. Sentiva che il vecchio era ancora là, intento a fissarlo.

In cima alla collina, fermò il cavallo. Vedeva un’oasi rigogliosa ai margini del deserto di sassi. A nord, le vampe di calore confondevano le lontane mura di una città. Attese, passandosi la mano sulla barba nera e sulla cicatrice che gli solcava la fronte.
Arrivò il capo della carovana. «Che c’è, Traxhil?» chiese.
«Troppa quiete, Harp. Aspettiamo. Col buio andrò a vedere com’è davvero».
«Sei pagato per proteggermi non per dirmi cosa fare,» replicò l’altro. «In quella città c’è un presidio, di che hai paura?»
«Vi guarderò le spalle» concluse Traxhil impugnando l’arco.
L’armò, mentre la carovana svaniva nell’oasi. Si udirono strepiti e urla. Apparve Harp, galoppando a spron battuto, seguito da predoni nero vestiti. Quando furono a tiro, Traxhil scagliò tre frecce. Altrettanti cavalli rimasero senza cavaliere e i banditi tornarono nell’oasi.
Harp scivolò a terra. Aveva una gamba squarciata. Traxhil l’esaminò.
«L’arteria è intatta» disse. «Ma l’osso è rotto».
«Non sto in sella. Portami in quella città. Mi cureranno».
«Io vado a occidente. Sapevi che sarei stato con te solo se le nostre strade coincidevano».
«Ti farò ricco!»
«Vieni con me. Arriveremo nella città cui eri diretto».
«A dieci giorni di cammino? Con questa gamba? Marcirà! Morirò!»
Traxhil alzò le spalle. «Ti lascio dell’acqua. Addio».
Allontanandosi, udiva le suppliche del mercante. Ma lui fissava il Muro, ora ben distinguibile sotto il cielo cobalto.

Nelle ultime stagioni, mentre città e villaggi si diradavano e i suoi capelli s’ingrigivano, Traxhil aveva notato altri diretti a occidente, solitari anch’essi. E forse il suo sguardo era altrettanto folle. Ora il Muro lo sovrastava, le immense pietre squadrate sovrapposte, alte e lisce a perdita d’occhio. Arrivò al Varco. Caotica e lercia, una città era sorta accanto alla fenditura. L’abitavano puttane, venditori di mappe, indovini, preti untuosi. Perché il Muro attirava la feccia come la fiamma la falena. Traxhil girò nei vicoli, ignorando trafficanti di corpi e ciarpame, attento alle insegne. Scelse la bottega di un vecchio dagli occhi astuti.
«Che vuoi? Armi, cibo, la mappa del tesoro?»
«Cibo. E informazioni» rispose Traxhil, posando una borsa d’oro. «Chi ha fatto il Muro?»
«Per i preti, gli dei hanno sistemato così le pietre avanzate dalla creazione del mondo. Ci credi? Neanch’io. Però è un gran lavoro. Tranne il Varco, tra le pietre non passa un capello».
«E il tesoro?»
«Tanti lo cercano e pochi tornano, miseri e pazzi. Dentro il Muro trovi solo i mostri che lo infestano».
«Mostri… Voglio anche una pietra magica».
«Tu lascerai le tue ossa più lontano di chiunque altro» rise il commerciante.

Entrando nel Varco con mille altri, Traxhil decise di tenere conto dei giorni. Ma inoltratosi negli spazi tra le pietre, prima alla luce di torce, poi nel lucore di vaste fungaie, presto non seppe più quanto tempo fosse passato. I cercatori del tesoro si diradarono, ognuno scegliendo la propria strada agli infiniti bivi, secondo la mappa comprata in città. Lui cercava l’ovest, accertando la direzione con la pietra magica: una scheggia in una ciotola d’acqua, che indicava il nord. Poi non vide più nessuno. A tratti sentiva urla di cercatori impazziti per l’oppressione dei cunicoli e la fame. Anche le sue provviste si fecero scarse. Ridusse la razione a un boccone di carne secca. Per la sete, c’erano stille di un’acqua fredda e amara. Poi trovò uno scheletro. Mentre traeva dalla sacca del morto pezzi di galletta, notò le ossa abrase. E udì un rumore, rapido, secco. Colse occhi scarlatti, un brulicare ossuto, zanne fameliche. Spalle al muro, mulinò la spada tra schizzi d’icore fetido. Saltò su un rialzo. Le creature s’inarcarono, ma gli artigli scivolavano sulla roccia. Si guardò attorno. C’erano passaggi a mezz’altezza. Ma cosa li infestava?

Divenuto anche lui creatura dei cunicoli, percepiva il pericolo con nuovi sensi e quando la minaccia dei Molli era insostenibile, tornava tra le Zanne. La fame lo spinse a farsi predatore dei mostri, ma sempre avanzando. A tratti, ricordava una pietra che indicava la strada di un tesoro, forse solo un sogno. Perché la realtà era avanzare, uccidere, stare all’erta. Poi, una lama gli trapassò gli occhi. Cadde, le mani sul volto.

Aspettò la notte per guardarsi attorno. In alto, luci di cui aveva scordato l’esistenza; dietro, il Muro. Pianse rammentando le parole del reclutatore e il resto. Ma l’odore dell’erba lo rincuorò. Trovò della frutta. Dormì.
Il mattino s’incamminò, riparati gli occhi con uno straccio. Quando il dolore cessò, vide campi e alberi. Uccise una lepre con l’arco. Mentre l’arrostiva, venne un contadino. Traxhil si alzò per accoglierlo, ma l’altro fuggì urlando. Allora si specchiò in un ruscello e sorrise al mostro che lo fissava. Si lavò e rase col coltello. Poi, guardò a ovest. Ora, voleva fuggirlo, il Muro. Ma si sentiva stanco.

Proseguì, vivendo di caccia. Conobbe genti e ne imparò la lingua. Anche là c’era un impero e barbari a nord. E predoni. S’imbarcò su navi di mercanti, viaggiando e viaggiando sinché la linea nera non svanì. Si mise allora in cerca di un luogo dove attendere che il resto del suo tempo si compisse. Un giorno attraversò un villaggio incendiato, vide cadaveri di contadini, donne sventrate e s’impietosì. Mentre meditava sulla crudele insensatezza del vivere, scorse a occidente una sottile striscia d’ombra: un altro Muro. Traxhil rise sino alle lacrime.
«Oh, dei che vi fate gioco degli uomini! Ora vi capisco!»
Sì, doveva insegnare a un villaggio l’uso delle armi. E forse avrebbe dato la sua spada a un giovane ossessionato da un’illusione vana quanto quella che gli aveva consumato l’esistenza. Eppure… dopotutto, poteva anche darsi che un tesoro ci fosse davvero, celato tra le radici del mistero del mondo. E che a qualcuno toccasse scoprirlo. Così riflettendo, andò a compiere il proprio destino.

Gianfranco Sherwood
Ha vinto il XII premio di letteratura fantastica, sezione fiction di Courmayeur; il premio speciale della giuria del concorso Cosseria galattica 2000, il premio letterario 2001 dell’Editrice Nord, lo Sherlock Magazine Award 2004. Si è inoltre classificato terzo al Lovecraft 2000.
I suoi libri sono pubblicati dalla Delos e dalla MGS Press.
In genere, gli piace ridere e scherzare.
Negli ultimi anni, quando non si dedica ai nipoti, riflette sugli ormai tanti decenni trascorsi quaggiù, cercando di trarne un senso. Per ora, non ha risolto granché, ma non dispera di farcela, prima dell’Ultima Tappa. Se mai accadesse, si impegna a non tenere la cosa per sé.
Tra l’altro, proprio di questo parla “Il muro”.
Il racconto è tratto dalla “Weird Anthology”, edita dalla Delos.